Stavolta vi racconto una storia vera che sembra uscita da un brutto libro di favole. Perché comincia con un c’era una volta. E finisce senza happy end. Finisce con un silenzio da paura ed un viaggio, neanche troppo lungo, alla ricerca di qualcosa che non si troverà più. E’ la storia di molti ma questa volta ha le sembianze di Massimo. Vent’anni di viso, quasi trenta per l’anagrafe. Della moglie e dei suoi due bimbi. Otto occhi azzurri in tutto. Tutti ugualmente aperti al mondo con una speranza che non s’è mai colta. Ed è la storia di santi e madonne troppo colorate. Di smalti ed ombretti. E di fard su guance sacre che non s’era mai visto. Massimo aveva vent’anni o poco più. Ed un sogno che non si può confessare. Perché se non hai cosa mettere sotto i denti, il mestiere dell’artista, dello scultore, non ti può riguardare.
E sognava Massimo una tranquillità che sembrava, quella sì, lontana. Che a vent’anni, una moglie e due bimbi, può significare anche mura e cemento. Tetti e finestre. I mobili, quelli no. Magari sarebbero venuti dopo, come confessò una volta. Ma una casa sì, perché quell’auto così sgangherata, non poteva andar bene per tutti. Quattro o cinque notti posson bastare all’ombra di piante ficcate su terra bastarda. Massimo aveva esattamente ventotto anni quando se ne è andato. Era a lavoro ed era al suo primo giorno in quella brutta periferia di Napoli dove un impiego reale è una chimera e la sicurezza sui luoghi di lavoro non si sa cosa sia. Unico manovale bianco impiegato in nero tra decine di altri neri ed extracomunitari dai molti colori e dai mille visi. Addosso solo una maglietta bianca a mezze maniche che da queste parti, a marzo inoltrato, ci sta anche bene e un jeans scolorito reso ancor più vecchio da calce e polvere. E dalla terra che a chili quel giorno, venne giù. Una pietra a presagire la fine poi il fiume di detriti a coprire volti e corpi e a tappare bocche che non urleranno mai. Nessuno saprà mai il perché. Nessuno saprà mai raccontare quello che è successo in quella banale mattinata napoletana. Sotto quel banale sole primaverile mentre si scavava banalmente per realizzare un garage. Abusivo. Come molti dei sogni da queste parti. Le indagini diranno poi che non c’era alcuna concessione. Ma è un dettaglio. Che non c’erano licenze e che il muro di fortuna elevato qualche giorno prima serviva in realtà a nascondere il piccolo imbroglio quotidiano di un pensionato campano che voleva realizzare un garage sperando di evitare lungaggini burocratiche ed inutili esborsi al Comune. E Massimo è morto lì. Per ventimila lire. Dieci euro. E per un sogno più grande dei suoi anni: la speranza di farcela comunque e di farcela da solo. Di riuscire a tenere per le mani e far saltare su un letto, uno vero, i suoi piccoli biondi principini azzurri. Nessuna autorità presenziò al suo funerale. Non ci furono bandiere né gonfaloni.
A casa dei genitori non vi furono telegrammi di “Sentite Condoglianze”. Quasi fosse morto per la vergogna e tra la vergogna, quel piccolo uomo dai grandi sogni. Non ci furono sindaci né ministri a garantire un vitalizio alla giovane moglie dagli occhi del mare. Né medaglie da appendere con fierezza sul petto dei piccoli orfani. Ovunque, nella chiesa piena per metà, mani grosse di lavoro nero e tasche vuote a raccontar miseria. Mentre intorno, il silenzio rendeva difficile persino respirare. Non li ho dimenticati mai, Massimo, la moglie ed i loro piccoli cuccioli d’oro. E mi riesce difficile non pensare a loro ogni volta nostri giovani connazionali malati di onestà, tornano da dovunque in dolorose casse di legno. E d’improvviso capisco che sono loro, i tanti che ogni giorno muoiono di lavoro e per il lavoro, gli eroi di questa terra…
Milena Taddia
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Bella, veramente bella questa testimonianza d’amore e morte.
Grazie Milena!
Il tuo amaro racconto ci riporta al triste destino di tanti “figli di nessuno” che sfidano, attimo per attimo, la vita per un paio d’occhi di cielo!
Dovremmo piu’ spesso fermare il tempo e concederci boccate d’aria pura, guardare con amore chi ci passa accanto solo per fare unità di cuori.
La vita, la morte, il pianto, la disperazione avrebbero,forse,un volto meno crudele anche in assenza delle “Istituzioni”
Ancora grazie!
Franca Abbate
E’ una storia che somiglia a tante altre: non la posso definire bella, ma sicuramente significativa e struggente! Cara Milena stiamo diventando come quel grande continente a ’stelle e strisce’ ove tanti giovani per dar seguito alla loro vita provano di tutto: guerre infami, mestieri sul filo della lama del rasoio da una parte piuttosto che dall’altra e la società ‘incivile’ che nemmeno ci fa più caso se quel giovane esiste o se il destino se lo è portato con sé! E’ una carità pelosa ……. questo brutto mondo del lavoro del terzo millennio! Cordialità….
Carissima Milena, bellissima storia, struggente, ma senza date, nomi veri, riferimenti certi, sembra un’invenzione letteraria.
Spero che sia un’invenzione letteraria!
Altrimenti, così descritta, una storia così profondamente tragica rischia di sembrare stucchevole perchè senza riferimenti certi.
Purtroppo, giorno dopo giorno, cresce drammaticamente il numero dei morti sul lavoro.
Questa realtà grida giustizia! Anche quando gli occhi non sono ariani ma scuri e il genitore è un cinquantenne, semmai abbrutito e corroso dalla fatica di portare a casa un tozzo di pane.
Se descritta come uno esercizio di buona ed amena letteratura, una tale tragedia rischia di creare assuefazione e di smorzare la forza di reagire, di piangere, di lottare, di denunciare.
Gentile Antonio, grazie per il tuo commento. In realtà non c’è finzione letteraria nè esercizio di… stile. E’ la storia vera di un ragazzo di Marcianise. Uno dei tanti che tutto sommato provano a lavorare con onestà. Aveva ventotto anni, una moglie e due figli. Non ho inserito dati e riferimenti certi per rendere generico ogni fatto ed ogni affetto per chi perde la vita per un lavoro. Se sei curioso per natura, ti offro un dato in più: diversi anni fa la sua storia fece molto scalpore perchè, buttato fuori dall’ennesima casa il cui fitto non riusciva a pagare, fu costretto a dormire in auto. Preferisco nona ggiungere altro: se mi hai seguito su IlMattino, dovresti ricordarlo. Ma, ti ripeto, il mio è stato un tentativo di raccontare la vita che si perde tra la voglia di vivere. Con le mani sporche di lavoro. E di ricordare gli eroi minori che non fanno notizia…
Raccontare una storia tragica, può risultare semplice se la storia te la inventi – perchè il tuo fine è l’invenzione.Qui si parla d’altro a quanto apre! Le morti sui luoghi di lavoro non sono incidenti: dipendono dall’avidità di chi rifiuta di rispettare le norme di sicurezza e dal disprezzo per la vita, la vita degli operai, naturalmente, degli edili, dei braccianti; la vita precaria di chi per tirare avanti è magari costretto a lavorare otto, dieci ore di seguito su di una impalcatura, senza protezioni di sorta o di chi deve manovrare macchine con i sistemi di sicurezza disattivati, per aumentare la produttività.
I lavoratori hanno bisogno soprattutto che si torni a parlare del Lavoro come valore primario della Società, di superare l’emarginazione culturale a cui sono stati sottoposti in questi anni. I lavoratori morti non sono solo numeri statistici per un bilancio di fine anno, ma persone in carne ossa, con identità, famiglie, vite importanti, uniche e irrepitibili. Raccontare una storia tragica è molto difficile quando questa è vera, perchè l’unica cosa che puoi fare scrivendo è utilizzare uno stile che addolcisca la tragedia e che ridia almeno la dignità violentemente rubata.
Trovo questo articolo una via di mezzo tra giornalismo e letteratura e non temo di cadere in errore se lo definisco uno degli apporti più belli mai pubblicati su questo portale. Sono commosso dalla storia ed ancora di più dalla specificazione che è un fatto realmente accaduto. Concordo con quanto scritto da Marisa quando dice che raccontare una storia vera e così tragica rischia di diventare una semplice cronaca mentre in questo caso, l’autore Milena Taddia ha saputo elevarla al rango di struggente episodio letterario. Confermo i vostri apprezzamenti e sommessamente mi unisco al coro: grazie Milena!
Cara Milena, grazie per avermi risposto.
Il mio è solo un parere personale, ma ritengo che questi episodi vadano raccontati così, come verità accadute, con tutti i riferimenti che la cronaca richiede.
Il tuo modo di raccontare è stupendo, al punto di far sembrare bella e appassionante una tragedia.
Siamo troppo soverchiati da eventi, del tipo di Carramba e delle trasmissioni della De Filippi, le quali fanno share strappando lacrime, ma frustrando e vanificando ogni volontà di reazione e di lotta.
Sono poco più di un ragazzo e non ricordo dell’episodio che narri, ma mio padre ogni tanto mi ricorda di un signore, che faceva la Maschera all’Ariston, chiamato dagli amici “lo sceriffo”, che morì sotto le pietre del muro della sua casa, mentre riposava sul divano, perchè qualcuno stava facendo degli scavi al palazzo a fianco.
Per quel dolore, per quella vita, per quelle lacrime nessuno ha pagato.
Per Milena.
Carissima Milena, ho risposto al tuo intervento dalla postazione del mio compagno di studio, senza riscrivere il nome del mittente. Perciò, troverai la mia risposta con un nome diverso.
Il mio nome è Antonio, il cognome Letizia. Ho 22 anni.
Per l’importanza e la delicatezza dell’argomento non potevo più rimanere anonimo.
Antonio Letizia
Caro Mimmo DS ricordo bene l’episodio e ancora, credimi, rimango sconcertato dinanzi a cotanta asimmetria della giustizia, visto che sono uno che ci crede in essa! Ma a volte succede che qualcosa non va, s’inceppa e nulla funziona: ne so qualcosa anche io, visto che sono 7 anni che aspetto di sapere chi sono i responsabili del decesso di mio padre! Un caso di ‘malasanità’ come tanti altri, tantissimi altri: possiamo fare un parallelo? Che ne dici? Cordialità….
Il nostro é un mondo distratto, senza cuore. Tu riesci a darcelo, Milena!
Ma é poca cosa rispetto al dilagante edonismo belusconiano: sesso, soldi e successo; questi i messaggi che avvelenano soprattutto i giovani.
Vorrei sapere che hanno fatto le istituzioni per i restanti, piangenti occhi azzurri, ma la richiesta é solo retorica.
Se mi dai notizie più dettagliate, anche per vie diverse, le voglio “schiaffare” in faccia a chi, scusandosi di non sapere, finge anche di piangere.
Stammi bene!
1328 : milletrecentovenotto morti ogni anno. è la media dei caduti sul lavoro poco meno di 4,5 morti al giorno . Il dato finale, che avremo alla fine di questanno,, non sarà diverso dagli anni precedenti. Questo succede in italia, uno dei paesi più ricchi al mondo. a considerare solo la faccia emersa della tragedia, i dati ufficiali. Sono cifre da guerra forse quella in Iraq, è costata molte meno vite all’esercito USA. Ma questa non è una guerra per il petrolio, è una guerra combattuta giorno per giorno da gente costretta a lavorare per pochi soldi, senza difese e senza tutele. Le morti sui luoghi di lavoro non sono incidenti. dipendono dall’ avidità di chi rifiuta di rispettare le norme sulla sicurezza e dal disprezzo per la vita. La vita degli operai, naturalmente, degli edili, dei braccianti,la vita precaria di chi per tirare avanti è magari costretto a lavorare otto, dieci ore di seguito su di una impalcatura, senza protezioni di sorta. o di chi deve manovrare macchinari con i sistemi di sicurezza disattivati, per aumentare la produttività.Io credo che il tuo articolo possa essere dedicato alla memoria dei caduti sul lavoro, martiri dei nostri tempi. nel senso letterale, antico, del termine. testimoni della degenerazione di un sistema che ha elevato il denaro a valore assoluto, senza badare ai nomi e alle storie, al sangue e alla carne, al sudore e alla fatica, di chi viene sacrificato ogni giorno sull’altare del dio profitto.
Drammatica storia dei nostri giorni, Milena cara, fatta di indifferenza sfruttamento morte, ad indicare come viene calpestata la sacralità dell’individuo in un contesto basato sul solo profitto economico. Si potrebbero salvare tante vite se anche noi avessimo un adeguato stato sociale per poter supportare economicamente tante famiglie con minori a carico, famiglie che invece sono da sole e senza aiuti. Sono sicura che tante tragedie si potrebbero evitare.
Un abbraccio.
Maria Perrella
P.S. Non ti ho più vista venerdì
Questo è il destino che, per la gran parte, può attendere i nostri figli. Il tuo bell’articolo, cara Milena, ha suscitato in me profondo sconforto poichè penso che il futuro dei nostri figli è stato “afferrato” dagli artigli di un capitalismo straccione, che nulla riesce più a programmare e realizzare se non un forsennato arricchimento quanto più rapido possibile: investire in sicurezza sul lavoro ha i suoi costi, che importa che muoiono persone…qualcuno pagherà! Non è solo l’assenza di sensibilità sociale che, come giustamente dice Maria, porta a “calpestare la sacralità della vita”, io penso che quel capitalismo straccione di cui parlavo prima, stia pianificando, nei dettagli, la realizzazione di una società a proprio uso e consumo col ripristino d’una classe sociale infima e bisognosa che dovrà essere la base su cui poggerà una sciagurata plutocrazia, sorridente, democratica, in abito da sera. La drammatica vicenda di questo povero figlio, mi richiama alla mente la descrizione che il Leopardi fa ne La Ginestra, “il popol di formiche” che “il picciol pomo” nella stagione estiva cadendo “schiaccia”! e voglio chiudere proprio con La Ginestra del Leopardi a proposito di un popolo che non riesce a riaversi:[...]“qui mira e qui ti specchia, secol superbo e sciocco”[...]
Marco RUSSO
Caro mimmo ds,
sotto le macerie non ci finì solo ciccio o sceriff, mitico personaggio di via Paolo De Maio e maschera dell’Ariston, ma anche due sue figlie.
Complimenti alla Redazione!! il commento dell’anonimo “echetelodicaafa” scritto un’ora dopo il mio, era già “visibile” molto prima del mio, ora il mio commento, giustamente, è già sparito dalla sezione “Commenti Recenti” l’altro, invece, è ancora molto ben visibile! Cos’è la vostra un strategia di “scoraggiamento?”
Marco RUSSO
Bellissimo ricordo e doloroso!
Caro Marco,
se ti può confortare,pochi minuti fà ho riportato analoga lamentela!
Ora ho capito:
la ” MODERAZIONE” consiste proprio nell’”OSCURARE” alcuni commenti e nel farne “BRILLARE” altri!
A noi poco importa…
Tante volte però…
Ho detto tutto!
Con simpatia
Franca Abbate
Sappiamo qualcosa della moglie e dei figli ?
Cari amici, innanzitutto grazie per avermi scritto in così tanti: in calce al testo, per e-mail, via Fb. E grazie a quanti hanno riportato il pezzo anche sui vari social network (preferisco il singolare). Come ho avuto modo di scrivere, non si tratta di una storia inventata. Mi sarebbe piaciuto fosse pura fantasia ma non l’avrei mai proposta in questi termini. E’ invece la storia vera, di qualche anno fa, di un nostro giovane concittadino. Volete sapere di come è andata a finire? Non lo so. Per questo, magari, il ricordo non mi abbandona e si ripresenta, ogni volta, con uguale dolore. Il viaggio (neanche troppo lontano) dell’inizio, è riferito proprio al resto della famiglia: alla giovane moglie dagli occhi del mare ed ai due cuccioli biondi che furono costretti a lasciare Marcianise. Per dove? Davvero non molto lontano. Ma fosse stato anche dietro l’angolo, sarebbe cmq stata una sconfitta per le istituzioni locali che ignorarono, ignorano e (mi auguro) imparino a non ignorare in futuro, questi eroi minori senza gloria nè cerimonie solenni… Non ebbe una casa (credo non entrò mai in graduatoria), non ebbe alcun sostegno, non ebbe cure per il figlio più piccolo- tra l’altro- alquanto malato… Tornò a vivere con la madre. Cancellando con un passo da 7 km, il sogno di una famiglia da accudire, di un futuro da sognare, di una felicità da scoprire… E questo è tutto. A presto.
Che storia! Raccoglila in un libro. Buona serata.
Ho letto questo articolo 3 volte e ogni volta mi sembra la migliore storia di un ricordo. Ho cercato nel sito se c’erano altri contributi dello stesso autore ma non ne ho trovati, come mai? Vorrei leggerli se ci sono per cui mi potete dire dove li posso trovare? Vi ringrazio
Oggi è la prima volta che leggo questo sito e lo trovo molto interessate e pieno di notizie. Ho commentato anche un altro articolo veramente brutto mentre questo è bellissimo!!!!! non capisco come mai sono così diversi. Forse sono scritti da persone diverse anche se leggo “scritto da Redazione” su tutti e due. Qualcuno mi può dare spiegazioni?
Per non dimenticare… una storia di diversi anni fa. Una famiglia sfortunata, genitori poveri che tiravano a campare vendendo ortaggi, un fratello con un brutto male al cervello in giovane età, fortunatamente risolto ma che lo ha segnato. Più volte Massimo si è recato al Comune per avere un aiuto, ovvero un lavoro che gli consentisse di dar da mangiare alla sua giovane famiglia. Ogni tanto le continue richieste si risolvevano con un mortificante contributo che è stato corrisposto anche per lo svolgimento dei funerali. Poi più nulla e i guai se li sta piangendo chi è rimasto…
Quando leggo questo articolo me vene o’ fridd nguoll. Complimenti al cuore di Milena che ci ha emozionato con una storia vera e triste.
Un mese fa ho letto questo articolo e miè piaciuto moltissimo. Oggi l’ho riletto e mi ha commosso ancora, chissà quanto altro tempo segnerà uno scritto così delicato e triste. Vedo che non sono il solo perchè oltre 620 persone la pensano come me