Per la fisica quantistica, universo parallelo è una dimensione ipotetica separata dalla nostra ma coesistente con essa. Senza scomodare il filone della narrativa speculativa, la realtà formata dagli invisibili che sta attraversando il nostro tempo si può non solo considerare parallela ma interagente con le fibre del tessuto sociale fino a modificarne le sinapsi. Un universo asfittico che considera il singolo in base alla produttività, il cui imperativo categorico è il profitto che mortifica la sacralità dell’individuo abbandonato a sé stesso se non è capace di produrre, può solo andare verso l’autoinganno e l’annichilimento.
Gli invisibili del nostro tempo sono gli stranieri senza permesso di soggiorno che si ammalano per le condizioni di precarietà in cui sono costretti a vivere in abitazioni fatiscenti e umide con fitti da usuraio e in nero, sottoposti ad un ritmo di lavoro bestiale, sfruttati e sottopagati senza alcuna possibilità di protestare perché resi ricattabili e ridotti ad ostaggi grazie alla legge Bossi-Fini tuttora in vigore a carattere repressivo che determina un progressivo peggioramento della condizione di irregolarità a vantaggio dei datori di lavoro. Se poi vogliamo considerare anche le difficoltà di relazionarsi di chi non parla il nostro linguaggio, il quadro è completo. In tanti nel nostro ambulatorio ci fanno capire che, per avere il permesso di soggiorno, si sono rivolti ad un avvocato che dovranno pagare in qualche modo.
A quanto pare in un’era di globalizzazione solo la criminalità internazionale e organizzata riesce a compattarsi immediatamente mentre impotenti assistiamo alla lenta discesa all’inferno dell’altra realtà parallela popolata da coloro che ogni giorno combattono una guerra per sopravvivere. E’ una realtà che più o meno ci tocca tutti quanti da vicino e stride fortemente con il balletto degli intoccabili, i grossi evasori fiscali per capirci, in onda con regolarità.
Kateryna la ricordavo sorridente, senza grossi problemi. Da un po’ di tempo non si era vista più e quando è tornata da noi quasi non la riconosco: del tutto cambiata, accusa dolori al petto e per il corpo. L’angoscia è come un fiume sgangherato che rompe gli argini, le parole straripano affogando emozioni e affetti e si comprende che l’unico modo per far fronte al dolore è l’antalgica follia. Kateryna per un periodo è rimasta nella sua terra per la morte del figlio ventisettenne: depressione. Ora teme anche lei di morire, che si fermi il respiro, che il cuore si stanchi di battere.
Un caso simile l’ho già sentito: arriva Oksana, rasenta la pazzia; la rabbia contro se stessa genera una condotta autolesionista. Nel tentativo di comprendere il motivo che la fa stare così male viene fuori che è dovuta tornare in Ucraina per la morte della figlia sedicenne: depressione. Per sei mesi dopo l’evento luttuoso è stata ricoverata in una clinica per malati di mente: per attenuare il dolore dell’anima si procurava sofferenza fisica. Ora è di nuovo in Italia e sente inequivocabile quel desiderio maniacale di farsi male. Le prescriviamo una visita psichiatrica e non l’abbiamo più vista. Non nascondo la sensazione di banalità di gesti e parole di fronte a queste maschere di umanità dolorante. E’ il dramma di etnie che mi passa davanti ogni giorno, di chi ha già superato la linea che sconfina nel buco nero dell’abisso: madri separate dai figli per lunghissimi anni, senza permesso di soggiorno, quindi impossibilitate a tornare dai propri cari. Al di sopra di tutto l’angoscia della morte, il timore di morire in terra straniera. E poi strisciante quel lento consegnarsi agli artigli di una condizione che forse avevano sperato migliore.
Come Roman, divorato dalla psoriasi, sempre più alla deriva. Ricordo possedeva ancora un guizzo vitale qualche anno fa quando tentava di comunicare come era riuscito a mettere da parte dei soldi col lavoro di camionista ma fu picchiato e derubato e da allora non ce la fece più a ricominciare: iniziò la discesa all’inferno. L’ultima volta che è stato nel nostro ambulatorio, ho constatato quanto sia invecchiato nell’aspetto e vinto dalla psoriasi. Alla mia domanda
“Hai una famiglia nella tua terra, perché non torni?” ha risposto
“Io ho lasciato loro casa. Cosa vado a fare? A dormire stazione? O là o qua non è uguale?”
Non ho saputo rispondere.
Vite stracciate di chi non ha permesso di soggiorno, stracci di vita che butteremo col giornale, domani, nell’illusione di liberarcene, in pattumiera.
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La forza e la bellezza narritiva di Maria invita, ancora una volta, a volgere il nostro sguardo su un problema sociale che a lei sta particolarmente a cuore:il problema degli immigrati clandestini. Questi “frammenti di meteora esplosa” che ci hanno investiti, vengono resi ancor di più invisibili grazie dal disagio cagionato dalla crisi, che accomuna in virtù d’una spinta che comprime verso il basso in una inesorabile omologazione, gli strati sociali medi. E questo, come ho già avuto modo di scrivere altrove, fa da ignobile paravento all’indifferenza. Nulla è frutto accidentale del caso. C’è una strategia precisa che fa di questi esseri umani agnelli sacrificali per le edonistiche gozzoviglie dei nuovi epuloni che perseguono, forsennatamente, il loro bramoso arricchimento evadendo le tasse, cacciando gli operai poichè vedono calare il loro utile. Ad essi “coi ventri obesi e le mani sudate, coi cuori a forma di salvadanaio” dico “sappiate che la morte vi sorveglia, siccome crescere il gran guarda il villano, finchè non sia maturo per la falce!” (F. De Andrè – Tutti morimmo a stento).Cara Maria, nel farti i miei sinceri complimenti, ti do il mio “benvenuta” nel novero delle voci che gridano nel deserto!
Marco RUSSO
ERRATA CORRIGE: “a forza e la bellezza narrativa di Maria invitano”[...].
Ti ringrazio Marco, ma anche nel deserto parole arse possono incontrare ogni tanto delle oasi per riprendere vigore.
Maria
Il linguaggio metaforico forte di Maria Perrella giunge al cuore e alla mente del lettore. Il problema degli immigrati clandestini è grave, in un Paese dove le nuove leggi non considerano la dignità di tutti gli uomini, ma mirano a restringere il campo dei diritti stessi in particolare quelli dei “lavoratori ospiti” come si definiscono in alcuni Stati gli immigrati.
Trovo nei pensieri,nelle parole scritte dalla Signora Maria,la sensibilita’di una donna che pone al centro di tutto “la vita” e la dignita’ umana che ai nostri giorni in molte parti del globo questa uguale dignita’ dell’esistenza a molti milioni di persone e’ negata,spesso calpestata.
La ringrazio per avercelo ricordato.
Non mi piace questo articolo sono sincera.
Neanche a me piace questo articolo, come non mi piacciono le situazioni che sono costretta ad ascoltare ogni giorno durante il mio lavoro ambulatoriale rivolto agli stranieri senza permesso di soggiorno. Non mi piacciono perchè mi sento impotente a risolverle, perchè mi rendo conto che tanti italiani ne approfittano della loro vulnerabilità e li sfruttano, perchè ognuno di noi crede, a torto, che questo sia un discorso che non ci tocca e allora è meglio girare lo sguardo altrove, perchè vorrei che ci sforzassimo di essere migliori, io, ma anche tu. Perchè, perchè…
Grazie per la tua sincerità.
Maria Perrella
Ciao Janette, sono rimasta piacevolmente sorpresa nel leggere le Sue parole per il semplice motivo che, in genere, Lei assume un atteggiamento che predilige l’effrazione, mi sbaglio? Voleva solo ringraziarLa.
Un grazie di cuore anche all’amica Vanna Corvese.
Cordiali saluti.
Maria Perrella
Non mi piace questo articolo sono sincera come Janira, anzi
non mi entra,sarò ingrassata o no?
dubbio amletico.
Certe notizie, come quelle che ci trasmette Maria Perrella, non ci piacciano, perché, a livello subliminale, ci danno un senso di colpa.
Caro Prof. Marino,sto leggendo il suo libro “La meglio vecchiaia” traboccante di consigli e storielle anche divertenti;bellissima osservazione quella di aggiungere vita agli anni e non anni alla vita.
Le notizie di cui sopra, purtroppo le ascolto tutti i giorni nell’ambulatorio medico in cui lavoro da anni,e devo dire che comunico più con gli stranieri che con gli italiani tanto che in alcuni momenti mi sento una di loro.E così si potrà capire che ciò che scrivo si pone l’obiettivo di considerare l’argomento da un’altra angolazione.Ciò può piacere o non piacere.Per quanto mi riguarda ho capito,anche se con ritardo,che questa è carne da macello, e che ad arricchirsi su di loro non solo da vivi ma anche da morti, sono sempre gli stessi.Forse il tutto fa parte,chissà, della strategia precisa di cui parla Marco.Cordiali saluti.
Maria Perrella