♦ La storia di Marcianise secondo Delli Paoli
E’ appena uscito l’ultimo volume di Salvatore Delli Paoli: “Nove capitoli sulla storia di Marcianise. Dalle origini al 2000 e oltre”. Socio fondatore dell’Archeoclub di Marcianise, preside dell’Itc “Federico II” di Capua, giornalista e noto studioso, autore già di numerose pubblicazioni legate alla storia di Marcianise, tra cui “Il Duomo di Marcianise” e “Il potere della miseria”, questa volta è la storia di Marcianise nella sua totalità che è oggetto dell’attenzione di Delli Paoli, in un volume, che dalle origini al duemila propone nuove interessanti ricerche che illuminano momenti essenziali della storia di Marcianise. L’indice della pubblicazione consterà di circa 400 pagine, un breve stralcio tratto dal primo capitolo, un profilo di Salvatore Delli Paoli. Si tratta di un lavoro importante che ripercorre la storia della città candidandosi a divenire un libro fondamentale per un approccio scientifico alle vicissitudini storiche di Marcianise. Lo si trova in tutte le edicole di Marcianise al prezzo di copertina di Euro 15,00.
♣ Che viva Internet, che viva Procope!
Sappiamo che le nostre rubriche di approfondimento sono molto seguite (quasi sempre le si trova tra gli articoli più letti di Caffè Procope). Sappiamo anche che spesso qualcuno storce il naso. Si tratta di quelle sparutissime minoranze che in questi ultimi anni, grazie alla compiacenza dei “giornalacci locali”, hanno riempito e continuano a riempire pagine di fesserie, sempre senza contraddittorio. Noi, seguendo alla lettera il pensiero di Voltaire, diciamo la nostra ma permettiamo anche la critica attraverso i commenti. Dalla Redazione un grazie ai nostri lettori e un grazie a questo bellissmo strumento democratico che si chiama Internet.
♠ Quei giovani “vecchiarelli” di Forza Italia
I giovani di Forza Italia si scoprono paladini dei lavoratori: prendono carta e penna e scrivono ai giornali denunciando Oromare per aver aver licenziato 13 dipendenti del servizio sicurezza. Facciamo un nostro plauso sincero, anche noi ne avevamo parlato in un precedente articolo. Fanno bene questi ragazzi a denuciare l’ingiustizia consumata ai danni di questi lavoratori, così come fanno bene denunciare eventuali clientele e scambi di favore tra politica ed imprenditoria. Ora, però, coerenza vorrebbe che i giovani azzurri si facessero carico di denunciare in egual modo anche le assunzioni avvenute nelle altre strutture economiche recentemente insediatesi sul territorio. Per esempio, suggeriamo di fare un altro comunicato stampa con all’ordine del giorno le eventuali assunzioni clientelari del Centro Campania (per esempio iniziando dal settore pulizia) e del Polo della Qualità. Se non lo facessero potremmo applicare il detto marcianisano “Addò se ver’ e addò se ceca” e chiamare i Berlusconi’s boys “giovani vecchiarelli” di Forza Italia.
♥ Marcianisani nel mondo
Da Parigi a New York, da Pordenone a Canicattì, Caffè Procope è diventato un punto di riferimento per tutti i marcianisani che per ragioni di studio, lavoro od altro si trovano a risiedere in varie località del mondo. Ci sono manager, impiegati, operai, funzionari dello Stato, giudici, ricercatori, liberi professionisti, insegnanti, forze dell’ordine, imprenditori, studenti ecc. ecc.. C’è chi vive fuori città in pianta stabile e chi invece vi si trova solo momentaneamente.
Quando è nato questo progetto editoriale non avevamo calcolato, a dire la verità, questa funzione di naturale punto di riferimento per tutta la popolazione marcianisana dovunque essa si trovi nel mondo. Ne siamo felici e aspettiamo da loro ogni utile contributo sia al miglioramento del nostro giornale, sia per ciò che riguarda il dibattito generato dagli articoli pubblicati sulla nostra testata.
Per rimanere in tema, segnaliamo l’approfondimento del dibattito sul Blog di Alessandro Tartaglione, dove, dopo Giuseppe Lasco (che ha proposto una giornata dell’anno dedicata ai marcianisani che non vivono più quì), anche un altro nostro compaesano Andrea Cecere ha scritto un bellissimo e commovente commento (leggi quì).
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IO sono fra questi di cui scrivete e desidero ringraziarvi del servizio d’informazione che svolgete, servizio di grande interesse per chi, come me, vive in pianta stabile lontano dal paese d’origine.
Un sentito grazie!
Ho letto, ammetto frettolosamente, l’ultimo libro di Salvatore Delli Paoli.
L’ho trovato molto documentato e puntuale, al pari del “Potere della miseria”, nella trattazione delle vicende della città fino al XX secolo.
Poi si perde il filo.
Nulla ci viene detto in riferimento a quell’avvenimento epocale che fu la 1° guerra mondiale, origine di ogni male del XX secolo (dal bolscevismo ai totalitarismi fascisti, alla II guerra, che non fu che la prosecuzione della prima)con centinaia di nostri contadini mandati al macello, con tanti caduti e tantissimi invalidi.
Ci furono ricadute in città? come si provvedette a sostituire le braccia mancanti? si modificò in qualcosa il tessuto sociale?
Parimenti si sorvola con un paio di paginette su tutto il periodo fascista, che pure qualcosa ha significato, nel bene e nel male.
Poco o niente viene detto sugli anni della ricostruzione, del boom, degli scontri frontali tra cattolici e comunisti, e di tutto il travagliato periodo degli anni sessanta -ottanta.
Invece ci si dilunga fino alla noia sulle ultime due legislature amministrative, ed in particolare su quella Foglia, con la scelta a mio avviso discutibile di fare riferimento ai vari articoli scritti in quel periodo dallo stesso autore per i vari quotidiani.
Nulla da dire sul valore del giornalista, ma credo non sfugga la differenza tra cronaca e storia,nè avrebbe fatto male sentire anche qualche voce diversa, magari meno vicina all’on. Squeglia.
Gianfranco Foglia, poverino, ne esce proprio male, molto al di là, credo, dei suoi demeriti.
Marzabuccolo
ciao antonio ho letto la tua lettera sul sito di alessandro tartalgione e come avrai gia visto iniziamo ad essere un pò quelli che vorrebbero gridare ad alta voce che la nostra terra in qualche ci è stata tolta…se facciamo la giornata dell’emigrante ci sei?
un caro saluto
ciao da giuseppe lasco
Rispondo a Giuseppe Lasco che chiede: “se facciamo la giornata dell’emigrante ci sei?”.
MA CERTO CHE SI!
Approfitto di questo spazio, per ringraziare il sig. Marzabuccolo (devo pensare ad uno pseudonimo) per i giudizi espressi sul mio volume dedicato alla storia di Marcianise. E ringraziarlo sia per gli elogi che per le critiche: quando si pubblica un’opera questa va per il mondo e ognuno è libero di dire la propria. Solo a titolo di chiarimento, mentre non dico nulla degli elogi (se non ringraziare) dirò qualcosa sulle critiche in merito alle finalità del lavoro, che non voleva essere una summa delle vicende che hanno interessato la nostra città, ma una selezione relativa a quei periodi sui quali è caduta la mia attenzione o come studioso, o come testimone, nei miei oltre trentanni di corrispondente del Mattino da Marcianise, poi di collaboratore del Corriere del Mezzogiorno e ancora attualmente di collaboratore del Mattino. Perciò il volume non si intitola genericamente “Storia di Marcianise”, ma “Nove capitoli sulla Storia di Marcianise” Giustissimo dire che esistono, quindi, lacune, come quelle segnalate a proposito della prima guerra mondiale o del fascismo, o del dibattito politico tra gli anni 60 e 80: potrebbero essere queste le aree di studio per me, o anche per altri studiosi in un prossimo futuro. Dirò per inciso che per quanto riguarda il dibattito legato agli 60 e 80, il materiale era stato già individuato. Ma un volume di 480 pagine mi è parso già abbastanza nutrito, per aggiungervi altro. Quanto alle due amministrazioni delle quali si tratta nel volume, quella guidata dai sindaci Zarrillo e Foglia, mi è parso opportuno offrire all’attenzione dei lettori la storia riavvicinata di quelle due esperienze amministrative, che sono alle origini, con diverse responsabilità, per molti aspetti dell’odierno declino della città, la cui punta massima è stata raggiunta con lo scioglimento del consiglio comunale per infiltrazioni camorristiche. Le mie corrispondenze scritte in quell’occasione rappresentavano, come rappresentano tuttora, il mio punto di vista su quei fatti. Quanto ai meriti o ai demeriti di Foglia, che secondo Marzabuccolo, ne esce davvero male, se si legge bene si capirà che il giudizio dato dal sottoscritto è molto più sfaccettato di quanto si possa pensare. In ogni caso sarebbe bello che su questo, come su altri aspetti del libro si aprisse un dibattito.
Grazie
Salvatore Delli Paoli
Caro Cafè, ti invio articolo di recensione sul libro di delli paoli uscito sul corriere del mezzogiorno di ieri dal titolo
MARCIANISE, L’INCERTEZZA
DEL PASSATO E DEL FUTURO
Il carattere introverso della comunità di Marcianise, sublimato nel detto — non riscontrabile altrove — della «masseria a parte ca se ne cadette», sembra che col tempo abbia sviluppato una connotazione più appassionata, mutando il proverbio individualista in generosa spinta introspettiva. Marcianise non vanta tracce riconducibili a una databile identità comunitaria, e ciò conferma l’incertezza della sua origine, tuttavia mai come negli ultimi decenni la percezione di una nuova condivisione (o l’assenza di un’autentica ‘‘paternità’’ storica?) incoraggia tanti a ricercare segni o semplici suggestioni in grado di guidare ricognizioni nel passato. Salvatore Delli Paoli, giornalista, docente di Lettere e ora dirigente dell’Itc Federico II di Capua, finalmente educa al rigore storico ciò che sino ad oggi è stato frutto di dilettevoli indagini, emendando con la sua pubblicazione («Nove capitoli sulla Storia di Marcianise», euro 15) buona parte degli errori fin qui prodotti. È il risultato di uno sforzo sistematico che proseguirà, grazie anche al sostegno dell’imprenditore Francesco Del Bene, con altri volumi in preparazione. Sulle origini Delli Paoli fa appello alle testimonianze di Cicerone, Velleio Patercolo e Svetonio. Certo, il buio domina ancora lunghi periodi. Ma ogni tanto la luce chiarisce i contorni delle fisionomie urbane e sociali affacciatesi nel corso dei secoli: dai primi insediamenti romani villae) alla diffusione dei loca sanctorum del tempo medievale; dalla pesante condizione rurale dell’800 a personaggi controversi come il canonico Novelli. Insomma, nove capitoli che arrivano fino all’ultima radiografia della città: sempre più disordinatamente estesa, ma ancora poco civitas. In coda, Delli Paoli riprende un dibattito avviato sul Corriere del Mezzogiorno in occasione della istituzione del «coprifuoco» come misura per contrastare la guerra di camorra della fine degli anni ’90, i cui contenuti, purtroppo, sorprendono per essere scandalosamente attuali ancora oggi.
Angelo Agrippa
Colgo l’invito del Prof. Delli Paoli, ad aprire un dibattito sulle origini di marcianise. Da parte mio io ci ho provato tempo fa con una tesi di laurea in fonetica sperimentale che analizzava e comparava da un punto di vista fonetico e, più in generale linguistico, alcuni dialetti campani con il dialetto marcianisano. In un dialetto vi sono le tracce delle proprie origini. Bisogna saper ascoltare e sperare che la lingua sovrastrutturale, in questo caso l’italiano, non abbiano “cancellato” i ricordi di un lontano passato. Ho frequentato, per motivi di studio, alcuni appassionati pensatori ed artisti di marcianise come il Prof.Pietro Zinzi e Carlo Valerio. In particolare di loro mi ha colpito l’amore per la loro terra e la voglia di tramandare il ricordo di una società territoriale linguisticamente definibile come “isoglossa” cioè una sorta di isola linguistica. Se non vi annoio continuerò nel prossimo post con l’illustrazione delle mie teorie.
Beh, quando ad un sindaco si rimprovera la mancanza dei gorgogliatori in ospedale, o il ritardo nei lavori per il completamento del nuovo nosocomio; quando gli si rimprovera la non perfetta gestione dei rifiuti o il mancato decollo della differenziata, specie alla luce di quello che è accaduto dopo mi sembra proprio che si sia infierito.Parliamo infatti di competenze che esulano dai poteri di un sindaco, ed il prof. Delli Paoli non può non saperlo.
Infine c’è anche un accenno alla cessione del Palazzo Monte dei Pegni all’Università, che viene definito come un grave errore. Io la penso doversamente, credo che avere una Facoltà Universitaria sia assolutamente positivo, e credo peraltro di ricordare che la soluzione Monte dei Pegni doveva essere a titolo temporaneo.Non può essere addebitato a Foglia che come spesso accade il temporaneo diventi definitivo. Comunque a Monte dei Pegni si facevano delle conferenze (ne rammento una molto bella sull’insediamento dell’homo erectus ad Isernia), e mi pare che la Biblioteca supplisca egregiamente. Comunque, sarebbe auspicable che una nuova sede fosse data alla Facoltà e il comune rientrasse in possesso del Palazzo Monte Pegni, ma ancora di più che altre facoltà si insediassero in città. Solo la cultura infatti ci può salvare (per non parlare delle ricadute economiche che una sede universitaria comporta).
Voglio concludere comunque, a scanso di equivoci, che il mio giudizio sulla gestione Foglia non è affatto tenero. Però un poco di obiettività non guasta.
Marzabuccolo
Scusate se approfitto di questo mezzo…ma desidero salutare affettuosamente il Prof. Delli Paoli, mio insegnante al Liceo Quercia nei primi anni ‘80.
Salve prof!
ok antonio, allora so che ci sei….:)grazie e se vui sccrivimi pure.
grazie
lasko@lasko.it
g.lasco (lasko)
Caro Tatunnone,
ringrazio dei saluti, che ricambio, anche se non so chi tu sia. Fatti conoscere e riconoscere. A Luigi dico che deve continuare: le sue osservazioni sul dialetto marcianisano sarebbero di grande interesse. Saluti
Salvatore Delli Paoli
Grazie all’incoraggiamento del professore, procedo con la redazione della seconda parte del messaggio riguardo l’aggiunta di tasselli sulle origini di Marcianise.
Come dicevo nel precedente post, sono un linguista, per cui nelle mie ricerche avevo notato che il dialetto marcianisano presentava fenomeni di “dittongazione vocalica” comuni ad altri dialetti della campania. Nello specifico ho riscontrato che tali fenomeni sono presenti nel dialetto comunemente parlato a Forio d’Ischia, a Torre Annunziata e a Pozzuoli. Mi riferisco precisamente a quel particolare fenomeno fonetico linguistico che contraddistingue il dialetto marcianisano da quello dei paesi circostanti come ad esempio nella parola “bellillo” la cui pronuncia in dialetto fa cadere la ‘o’ finale e “trasforma” la ‘i’ in un doppia vocale cioè una vocale centrale (schwa, ndr ) più la ‘ì’. Nel dialetto napoletano la ‘i’ è chiara ma in quello marcianisano la durata fonica è superiore. Onde evitare troppi tecnicismi e, vi assicuro che ce ne sono tanti, dico solo che la stessa cosa avviene negli altri dialetti sopra menzionati. Ho immaginato che le località di cui sopra affacciano tutte sul mare e sono relativamente vicine tra loro, per cui scambi commerciali e spostamenti di individui siano più che plausibili. Ma Marcianise ?! La città si trova a circa 30 km nell’entroterra. Come è possibile che questo fenomeno fonetico si sia diffuso in questo territorio. Un giorno mentre leggevo riguardo le origini del territorio a partire dagli antichi romani, scopro, dalla ricostruzione di un’antica piantina, che il fiume Clanio sfociava a pochi km a nord di Pozzuoli (Puteoli). Ed inoltre alcuni testi di epoca romana citano il Clanio come fiume navigabile. Altre fonti indicano che è stato navigabile fino alla bonifica ordinata dai Borbone. A quel punto ho identificato il fiume Clanio come una sorta autostrada linguistica nel senso che una piccola comunità di puteolani si sia spostata nell’entroterra alla ricerca di nuove terre, portando con se, come prevedibile, le inflessioni dialettali. Segue….
Caro Luigi, il lavoro che stai portando avanti è interessantissimo ed è un percorso di lettura che manca agli studi sulla nostra Città. Infatti la lingua è , al pari di tanti altri ,è un documento importante per ricostruire la storia di una città. E’ un organismo vivo ed estremamente sensibile alla contaminazione. Da qui una sorta di stratificazione linguistica che consente allo studioso di ripercorrere le varie fasi della storia di una città attraverso appunto la lingua ( e con il termine lingua mi riferisco non solo al lessico ma anche ai fonemi in generale )!! Per non andare lontano quante parole del nostro dialetto indicano chiaramente la presenza sul nostro territorio dei latini, dei greci, degli spagnoli, dei francesi , degli stessi americani ecc. ecc. Una cosa che pure mi sembra rilevante e da studiare è rappresentata dalla non omogeneità dal punto di vista fonetico del nostro dialetto nelle diverse zone di Marcianise. Indubbiamente è stato diverso il livello di “contaminazione” con i fattori esterni. Man mano che arrivi a qualche risultato ti saremmo grati se ce lo facessi condividere: Buon lavoro
Grazie Leopoldo per gli spunti di discussione che hai lanciato, tutti molteplici ed interessanti. Richiederebbero un team di storici, archeologi, linguisti. Insomma un forum dedicato alle origini di Marcianise. In cui tutti con le relative competenze e conoscenze possano contribuire. Così come facciamo in questo caso, attraverso le pagine di questo sito. E’ giusto specificare che il dialetto marcianisano è parte di quella macro area che i dialettologi definiscono ‘meridionale’. E che foneticamente e fonologicamente è dialetto napoletano al 98%. Per cui la connotazione di ‘marcianisano’ viene conferita da quel 2%, di cui mi sono interessato e che, citando Leopoldo, connota le caratteristiche peculiari della città. Riprendendo il mio ultimo post, restano molti dubbi riguardo a come le dinamiche linguistiche abbiano permesso al fenomeno del dittongo vocalico “portato” da questa comunità di puteolani, di affermarsi. La lingua, come correttamente ricordato da Leopoldo, è un organismo in continua evoluzione. Assorbe le influenze di lingue sovrastrutturali. Nel nostro caso, e più in generale in Italia, sia l’italiano che l’inglese contribuiscono a determinare la scomparsa dei dialetti. Difatti bisogna ricordare che il dialetto è una forma di comunicazione verbale non scritta. Ho provato a verificare, attraverso la lettura di contributi ‘amatoriali’ sulla lingua del Prof. Zinzi e di C. Valerio, la predominanza di terminologia settoriale. Nel senso che se i puteolani sono all’origine della dittongazione allora vi saranno termini riguardanti la pesca o la vita costiera. Ma non ho trovato traccia di tutto ciò al contrario il dialetto marcianisano è caratterizzato dalla forte presenza di termini che provengono dal mondo contadino. La cosa non mi sosrprende più di tanto proprio per la “duttilità” che un dialetto deve avere per permettere un tipo di comunicazione semplice ed immediata tra gli individui.
Ho analizzato che sul territorio di Marcianise, maggiormente tra la popolazione anziana, l’area in cui ancora oggi è forte la presenza della dittongazione è il quartiere S.Giuliano, che pare sia l’agglomerato urbano e sociale più antico della città. Neanche questo deve sorprendere visto la collocazione geografica che vede la zona nei pressi di una vasta area agricola e quindi arroccata e lontana da aree di grande traffico e quindi ad alto pericolo di “contaminazione”.Segue…
Caro Luigi…..credimi sono un appossionato di storia marcinisana…un pò xchè amo le mie radici,un pò perchè ho avuto la fortuna di conoscere e apprezzare persone come Pietro Zinzi e il Prof.Marino,e leggere libri del Prof.Delli Paoli,quella sulla lingua e la fonetica in generale di Marcianise,mi manca,anche perchè come sottolineava Leopoldino la lingua è un documento importante delle origini e della storia della città….Attenderò con ansia il tuoi scritti o se no possiamo scambiarci i nostri indirizzi mail o msn.Ciao Pasquale
Cari amici, resto esterrefatto e piacevolmente colpito dall’interesse suscitato dagli aspetti linguistici del dialetto marcianisano. Confesso che durante la mia ricerca non sempre ho trovato persone interessate a parlare del proprio dialetto, vivo a marcianise da quasi vent’anni e chiedere ai marcianisani di parlare il loro dialetto è stato difficile. Anzi spesso ho dovuto chiarire che le mie intenzioni erano fondate sullo studio e la ricerca e non di certo sulla derisione che abitanti di paesi limitrofi nutrono verso il “nostro” dialetto. Per me il dialetto è cosa tremendamente seria. Domani invierò il proseguo del precedente post. La mia mail è hnchp@yahoo.it ovviamente anche il Prof. Delli Paoli e Leopoldino (scusa ho notato di averti “accorciato” il nickname) possono utilizzarla per uno scambio di idee. Condivido con te inoltre il ricordo affettuoso nei confronti di una mente vulcanica e trascinatrice quale quella (che fu) del caro Prof. Pietro Zinzi.
Io credo che il dialetto diPuzzaniello , per quanto riguarda Marcianise è il più puro ed originale nel senso che ha subito meno contaminazione esterne. Il rione San Giuliano è una sorta di enclave all’interno della citta . Ricordiamo alcuni particolari: 1)lo spirito di apprtenenza è stato sempre molto foirte 2) gli stessi abitanti del rione si di autodefinivano abitanti di una “repubblica a parte” 3) anche sul piano politico si palesava questo spirito di appartenenza ; venivano votati sempre candidati del rione ( i quali, a loro volta , giocavano su questo dato e, non me ne vogliano, spesso non si davano da fare per realizzare opere nel loro rione. Questo serviva a creare il sentimento di vittima ” di quelli della piazza” e in nome di questo chiedevano il consenso . Un circolo vizioso che solo negli anni 80 fu completamente superato attraverso tutta una serie di iniziative amministrative realizzate nel rione( Rete fognante, idrica, elettrica,ripavimentazione generale delle strade, spazi attrezzati, bonifica del territorio ecc.)4)è, ancor oggi, il rione con il maggiore numero di circoli 5) Insomma veramente una situazione di isolamento che, sul piano linguistico, ha prodotto gli stessi effetti che, per quanto riguarda l’italiano, si sono avuti in Sardegna rispetto al Continente.
Ben diversa la situazione del centro di Marcianise. Quì si ha una magggiore scolarizzazione. I ragazzi frequentano amici e compagni di scuola di Caserta e dei paesi circostanti. Questo rapporto non è ininfluente sul piano linguistico. Non voglio dilungarmi per non scocciare. Un altro solo particolare vorrei aggiungere. L’originalità di San Giuliano si manifesta ancora nel perdurare delle cosiddette ammorusemmule ( a mo’ di esempio ? ). E’ un patrimonio linguistico e di saggezza contadina che si sta lentmente perdendo. Ormai sono pochi gli anziani che ricordano detti, proverbi, modi di dire, cioe, appunto, le “ammorusemmole”.
Innanzitutto, un caro saluto al professore Salvatore Delli Paoli, mio insegnante al liceo Quercia.
Luigi, anch’io sono interessatissimo allo studio che hai fatto e mi piacerebbe leggere la tua tesi. Personalmente nella vita mi occupo di altro, ma oltre ad essere marcianisano mi piace la storia e la ricerca delle proprie origini. E’ davvero suggestiva la tua ipotesi sulla possibile migrazione interna di una comunità di Pozzuoli. Da profano, la butto lì, secondo te, il nome Puzzaniello potrebbe allora derivare da quello di Pozzuoli? Ciao
Ma nessuno raccoglie l’invito del prof. Delli Paoli circa un dibattito sugli argomenti del suo lavoro?
Marzabuccolo
Se volete se né può occupare Unart, dell’organizzazione della presentazione del libro e del successivo dibattito …
faremo (Aperitivo con Tutore)
…ma luglio è il mese giusto ??
Caro Pino, sul nome Puzzaniello quello di spiegarne l’etimologia come un’area delimitata di “puteolani” da cui “anello di puteolani” mi pare sinceramente ardita, anche se giustificherebbe la mia ipotesi linguistica. Forse più plausibile l’esistenza di un “pozzo di Aniello” dove Aniello poteva essere un signorotto del tempo che fu proprietario di un pozzo pubblico, che essendo una risorsa importantissima per un’economia agricola, sia diventato un punto di riferimento toponomastico per indicare quello che in seguito diventerà il quartiere S.Giuliano ma credo un aiuto in tal senso lo possa fornire il Prof. Delli Paoli che con i suoi studi può chiarirci la storia di questo quartiere. Continuerò il post martedì. Saluti
Proporei alla Redazione di far pubblicare articoli a Luigi……in una sezione dedicata allo studio della lingua……potrebbe essere interessante è credo anche oggetto di ricerca per le scuole…..ma credo che lo studio della lingua locale si dovrebbe proprore dalle scuole elementari….giusto per far vivere il dialetto……ovviamente avendo sempre come lingua madre l’italiano,voi utenti che ne pensate se Caffè Procope aprisse un sezione riguardante tradizioni e cultura oppure origine della lingua?A voi le risposte e sopratutto a lUigi se ha tempo per poterci deliziare il suo originale studio sul nostro dialetto.
Ricambio il saluto di Pino Di Carluccio, mio ex alunno. Quanto alla questione Pozzuoli-Puzzaniello, l’ipotesi avanzata di una presenza puteolana nell’area prossima al nostro quartiere di San Giuliano è del tutto fondata, non solo perché quella parte dell’ager Campanus a sud del Clanio a partire dal II secolo d. C., come ho scritto nel mio ultimo libro sulla storia di Marcianise (pp. 24-25), “passò in mano a Pozzuoli”, ma perché è presumibile che gente di Pozzuoli possa aver trovato scampo, in età post romana, sul Clanio sotto la pressione delle invasioni barbariche o del bradisismo negativo che rese ad un certo punto invivibile la parta bassa della città di Pozzuoli. A Luigi dico di continuare a darci informazione sui suoi interessanti studi linguistici relativi alla parlata marcianisana.
Salvatore Delli Paoli
Ritengo il contributo del Prof. Delli Paoli illuminante. E trovo sorprendente come due percorsi di studio diversi, in questo caso uno storico e l’altro linguistico, contribuiscano a gettare basi solide per un’ipotesi che a questo punto parrebbe indicare nell’etimologia di Puzzaniello come “anello di puteolani” o “anello di Puteoli”. Passo ora ad indicare altre caratteristiche del dialetto marcianisano che si aggiungono alla già citata dittongazione. Ho ascoltato e verificato che in marcianisano la forma verbale del verbo dire nelle sue coniugazioni è alquanto sorpredente. Vi invito, ovviamente mi riferisco ai marcianisani DOC, a dire in dialetto la parola “dicemmo”. Sicuramente avrete pronunciato “dicerem’” (non uso la trascrizione fonetica corretta per evitare tecnicismi, ndr). A napoli e nei dintorni si dice “dicettem’”. In latino il verbo andare ha il seguente paradigma dico,is,dixi,dictum,dicere. Appare evidente, anche in questo caso, quell’aspetto che rende il dialetto marcianisano restìo al mutamento linguistico, nello specifico saldamente ancorato alla propria origine latina. Anche in dialetto napoletano ancora oggi si dice “dicere” ma solo ad intendere la forma verbale dell’infinito presente mentre nel nostro dialetto ne ho riscontrato la presenza anche nella prima persona plurale del passato remoto. Segue…
***Scritto da Salvatore Delli Paoli Luglio 10, 2008, 11:25 am
Caro Tatunnone,
ringrazio dei saluti, che ricambio, anche se non so chi tu sia. Fatti conoscere e riconoscere. Saluti
Salvatore Delli Paoli***
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Caro Prof,
sono Giuliano, diplomato nell’84, classe V sez. A.
Lei partecipò ai nostri esami di maturità come “membro interno” (tra i miei compagni di classe vi erano: Colella, Zaccarella,Landolfi, Pontillo, ecc.).
Cordiali saluti
Un’altra peculiarità esclusiva del dialetto marcianisano è una ‘o’ aggiunta, nella maggioranza dei casi, dopo i verbi di “senso” (sentire, guardare, vedere, pensare, ecc.). Mi spiego meglio con un pratico esempio. Ho notato l’uso frequente di espressioni tipo “sient’ o” oppure “guard’ o”. La ‘o’ è di tipo aperto e potrebbe essere spiegata nei due modi seguenti. In un caso potrebbe significare ‘questo’ in quanto ‘o’ potrebbe derivare dal latino ‘hoc’. Nell’altro caso potrebbe rappresentare un fonema utilizzato come ‘rafforzativo enfatico’ per richiamre l’attenzione dell’interlocutore. Segue…
La discussione sulle origini di Marcianise su base storica e scientifica mi trova particolarmente coinvolto. Per anni abbiamo assistito a teorie più o meno strampalate che hanno generato molta confusione.
Trovo lo studio di Luigi (a proposito Luigi chi?) molto interessante. Sinceramente avevo notato la somiglianza del dialetto, nei luoghi citati da Luigi, con quello marcianisano. Avendo lavorato per quasi 4 anni agli Scavi di Pompei, ho frequentato molti colleghi ed amici di Torre Annunziata.
Credo sia opportuno approfondire questo aspetto, approfittando della conoscenza di Luigi e dell’esperienza del Prof. Delli Paoli che saluto con affetto.
Innanzitutto saluto Alessandro a cui ho inviato un mail personale e la sua testimonianza potrebbe essere utile a comparare alcuni vocaboli tra i due dialetti in cui è presente il fenomeno della dittongazione. Ulteriore caratteristica del dialetto marcianisano è rappresentata dalla forma espressiva ‘mai tanto’ a significare ‘molto’ o ‘moltissimo’. Nei dialetti limitrofi, e quindi anche nel napoletano, la forma non esiste ma viene utilizzato un sinonimo:’assai’. Inoltre altra peculiarità, nell’espressione “nu poc’” (un poco) nel marcianisano avviene un raddoppiamento consonantico per cui la pronuncia diventa “nu ppoc’”. Ho trovato tale raddoppiamento anche nell’espressione “nu gol” (un gol) che diventa “nu ggol”. Non ho trovato altri casi ma si accettano contributi al riguardo. Segue…
Caro Tatunnone (Giuliano) ti ricordo con affetto. saluti
Salvatore Delli Paoli
Voglio ringraziare tutti voi per questo appasionato dibattito che finalmente dice qualcosa di “dotto” e interessante in questo periodo triste per Marcianise. Vorrei porre una domanda a Luigi (se posso):
molte volte mi è capitato di sentire dai miei cari nonni delle frasi che non ho piu sentito a Marcianise.
“a’ chill’a tat’”
che voleva dire dall’altra parte.
Mi potresti spiegarne la provenienza.
Ti dico subito che i miei nonni erano marcianisani da generazioni e sono morti ultra ottantenni quindi avranno assimilato la dicitura in famiglia.
Grazie
Gentile fidelio,
la frase che mi riferisci è perlomeno curiosa in quanto in campania, ed in altre regione del sud, esiste una forma dialettale, che ha interessato l’area un paio di generazioni fa, in cui la parola ‘tata’ indicava ‘papà’. Ho riscontrato che anche a Marcianise il termine veniva usato con la stessa accezione. Forse qualche altro, in questo forum, potrebbe contribuire a confermare l’utilizzo nell’accezione intesa dai tuoi nonni. Azzardo, inoltre, e non ne sono certo, pre cui dovrò verificare, che ‘ta’ e ‘to’ nelle lingue slave indichino ‘questo’ e/o ‘quello’. Saluti
Io la conosco quella frase. Semplicemente credo si tratti della trasposizione del napoletano “A chillatu lato”.
Mentre ho io una espressione singolare: ” A’ quant’ a’ ?” per dire “Da quanto tempo?”.
Forse è meglio scritto con: ‘a chillat’ att’ (da quell’altra parte) dove ‘a è una preposizione (a, da, in - semplice o articolata).
Indicava, in genere, ed indica ancora “quell’altro luogo”: l’altra stanza, l’altra parte del cortile nelle corti parcellizzate, … ed anche l’aldilà.
A volte “‘att” è usato anche per indicare il verso, il lato …: Non so da che verso prenderlo (viene in rilievo il carattere); Afferralo da quell’altro lato (evidentemente per sollevare o trasportare).
Forse Luigi può dirci di più.
Ormai la discussione coinvolge anche me. Seppure sia parlato nell’area campana, ho notato, osservazione passibile di obiezioni, come il dialetto Marcianisano non sia particolarmente caratterizzato, salvo qualche raro caso, da quel processo di raddoppiamento fonosintattico caratteristico invece del napoletano. Ho altresì notato l’influenza, in alcune parole, delle varie dominazioni che si sono succedute in Campania, nel corso del tempo. Ho scoperto, ad esempio, che la parola purtuall (o come si scrive) deriva da “Pour toi”. Quest’ultima espressione veniva utilizzata dai soldati francesi intenti nella distribuzione di frutta alle classi meno abbienti delle città campane. Nella confusione gli autoctoni cominciarono ad indicare l’arancia come il purtuall.
Ma purtuall non deriva da portogallo, termine che indica l’arancia anche in altre lingue (ad es. greco)?
Dal francese certamente buatta (barattolo); dall’arabo paposcia(pantofola); dal latino mantesino (ante sinum).
Insomma la lingua napoletana (chè trattasi di lingua e non dialetto) come tutte ha molti debiti.
La variante fonetica marcianisana, e quella di Puzzaniello in particolare, a me è molto sgradita (so bene ora di espormi ad un coro di ingiurie); la trovo sguaiata, al contrario del napoletano puro che invece è estremamente dolce e musicale (d’altra parte sarebbero possibili le canzoni napoletane con un’altra lingua?).
Per quanto riguarda le ricerche-lodevoli- sull’origine e le assonanze fonetiche del marcianisano, mi pare che si corra un pò troppo di fantasia.
Marza
Ha ragione Marza sul termine ‘purtuall’. Esso è una derivazione dalla lingua greca. Aggiungo, inoltre, che concordo con lui anche sul rischio che la fantasia, a volte, possa sostituire il rigore scientifico. Il terreno è fragile. Siamo nel campo della ricerca ancora in corso. Non esiste (ancora) una mappatura completa riguardo le varie frammentazioni dialettali presenti in Italia. Esiste un Atlante Linguistico che di anno in anno si aggiorna. Sul dialetto marcianisano, prima dei miei studi, non esisteva nulla. Invece sui dialetti di Pozzuoli, Forio e Torre Annunziata c’è stato un ampio studio, fonetico e fonologico, da parte di una ricercatrice e docente presso l’Università di Parigi. Sono stati proprio i suoi studi a farmi notare una familiarità col dialetto della città in cui vivo e a riscontrarne le affinità. Come spiegarle queste affinità ?!. In questo caso, oltre che ad un’analisi spettrografica e alla raccolta di dati, sono passato oltre ed ho teorizzato riguardo le origini del dialetto marcianisano quanto già esposto nei precedenti post. La voce del Prof. Delli Paoli, in quanto storico, sulla presenza di un nucleo di puteolani conferma un’ipotesi che è partita da studi di “matrice” linguistica.
Alessandro nell’espressione “A’ quant’ a’” la ‘a’ finale potrebbe essere, secondo me, a = ann ad indicare un forma (molto) contratta di ‘anni’. Sarebbe interessante capire se tra la ‘t’ di ‘quant’ e la ‘a’ vi sia un interruzione fonica tale da individuare, grazie all’uso di uno spettrografo, dei fonemi separati.
Asdrubale scrive che ‘att’ presenta un raddoppiamento consonantico per cui trovo strano che la parola provenga da ‘lat’ come teorizzato da Alessandro.
Ad ogni modo sono sempre più contento che in questo forum venga ripreso in pieno lo spirito di confronto, corretto e civile, che animava il Caffè Procope e che di questi tempi, come diceva Fidelio, è un evento molto positivo.
Dimenticavo di dire che, riguardo la puntualizzazione di Marza (a proposito, perdonami se ti accorcio il nome, ma è molto lungo) sul fatto che il napoletano sia una lingua e non un dialetto, esiste una valida delucidazione, puntuale e completa, su wikipedia al seguente link : http://it.wikipedia.org/wiki/Lingua_napoletana
La mia opinione personale, se può interessare, è che sia un dialetto.
Visto che siamo in tema, e si parla di insediamenti puteolani in città che potrebbero spiegare alcune varianti dialettali nostrane, faccio presente che oggi va per la maggiore, per poter identificare gli spostamenti delle comunità umane(con i relativi corredi linguistici)lo studio genetico.
Ciò ha permesso a Cavalli Sforza, per esempio, di dimostrare che l’Italia meridionale è geneticamente greca; quella centrale etrusca; quella settentrionale celtica. Sul piano linguistico la demarcazione tra le varie aree può essere segnata dall’aggettivo possessivo: al sud si dice “mamma mia”, cioè si pospone l’aggettivo al sostantivo, mentre al centro avviene il contrario. Sempre secondo questa teoria la c aspirata toscana è etrusca, e la r arrotolata siciliana altro non è che la ro greca.
Cavalli Sforza, seguendo le distanze linguistiche le ha trovate esattamente combacianti con quelle genetiche: i baschi, ad esempio, che parlano una limgua non indo europea, sono arrivati in Europa dall’Asia millenni prima degli altri (prima migrazione), ed il loro gruppo sanguigno è prevalentemente 0 rh negativo.
Insomma, si potrebbe tentare una mappatura genetica(oggi abbastanza semplice e non costosa)su campioni di popolazione per verificare l’esattezza di alcune teorie e non lasciarle nell’alveo della ipotesi di lavoro.
Scusatemi l’intrusione in una materia che non mi appartiene(e gli eventuali errori).
Marzabuccolo
Aggiungo al volo che lo spunto di Marza sulla definizione del napoletano come lingua o dialetto è esaustivamente e correttamente esplicato nel seguente link :
http://it.wikipedia.org/wiki/Lingua_napoletana
Aggiungo al volo che lo spunto di Marza sulla definizione del napoletano come lingua o dialetto è esaustivamente e correttamente esplicato su wikipedia da cui è tratto il seguente testo: “Il napoletano o lingua napoletana (napulitano), è una lingua romanza, appartenente al gruppo dei dialetti italiani meridionali).
Nonostante molti linguisti lo considerino un dialetto, altri, tra cui l’UNESCO, considerano il napoletano letterario standardizzato una vera e propria lingua, anche considerando le numerose varianti che ne possono essere considerate dialetti. Secondo altri tuttavia non si può considerare lingua una varietà che non abbia un riconoscimento ufficiale da parte di uno Stato e che non sia usata per tutte le funzioni comunicative”.
Caro Marza,
il dibattito è aperto, anzi intervieni spesso. Le teorie sulle migrazioni di pochi ceppi che, spostandosi, portando con sè un patrimonio genetico (ovviamente) e culturale non sempre ci spiegano la struttura di un linguaggio. Nella seconda metà dello scorso secolo illustri studiosi linguisti (es.: Chomsky e Bloomfield) si sono confrontati e divisi su due macro direzioni: generativisti ed empiristi. Per dirla facile, esiste una divisione tra coloro che sostengono che il linguaggio sia insito nel nostro DNA e coloro i quali al contrario sostengono che il linguaggio si apprende da piccoli. Sinceramente non sono a conoscenza delle teorie di Sforza ma mi pare di capire si possano assimilare al filone generativista anzi puntano tutto sul fatto che dal DNA si possano trarre anche le informazioni relative al linguaggio. Anche se mi pare che questi studi tendano a dimostrare con metodologie “forensi” ciò che altre discipline (es.: antropologia, etnografia, sociologia, ecc.) già studiano e non per questo si possano definire “ipotesi di lavoro”. Però il campo si amplia “paurosamente”. Ci si trova di fronte a psicolinguismo, sociolinguismo, sforando nel campo della genetica. Concludo col dire che per me è stato molto difficile “raccogliere” dati fonetici per analizzarli con lo studio degli spettrogrammi credo sarebbe alquanto difficile chiedere alla popolazione di fornire un campione del proprio DNA.
A proposito di lingua, e del fatto che non possa essere riconosciuta come tale se non fatta propria di uno stato, vorrei ricordare che anche questa è stata un’occasiione persa.
Infatti nel settecento l’abate Genovesi propose che il regno utriusque siciliae utilizzasse il napoletano, e non il fiorentino, come lingua nazionale.
Non se ne fece nulla, e le conseguenze anche sul piano politico credo le stiamo ancora pagando.
Marza
Certamente per mia scarsa proprietà della materia credo di non essermi spiegato bene.
Il concetto di Cavalli Sforza non è che il linguaggio è iscritto nel DNA; nel DNA ci sono certamente delle aree di facilitazione dell’apprendimento linguistico, il che spiegherebbe la fantastica capacità dei bimbi di apprendere nuove parole con una velocità incredibile.
Quello che si sostiene è che i ceppi umani, man mano che nel passato si sono allontanati fisicamente l’uno dall’altro hanno anche maturato strutture linguistiche diverse.
I popoli che parlano ad es. l’ugro finnico sono anche geneticamente omogenei, e la differenza genetica tra di essi e quelli che parlano lingue di ceppo indo europeo è comparabile alla distanza linguistica; analogamente si può procedere nell’ambito degli stessi ceppi tra i vari gruppi nazionali, ed all’interno delle stesse nazioni.
Teoricamente, procedendo a ritroso, si potrebbe arrivare alla mitica lingua comune(che biblicamente corrisponde all’ante Torre di Babele),così come analizzando il DNA mitocondriale si è giunti alla conclusione che tutti gli uomini derivano da una mitica Eva nera, e che dunque le razze umane non esistono(con buona pace dei razzisti di ogni dove).
Sono comunque perfettamente d’accordo con te sulle difficoltà pratiche di uno studio genetico dei nostri compaesani.
Marza
Caro Marza, credo leggerò nei dettagli gli studi di Sforza per approfondire le sue teorie anche se il tuo post è stato chiarissimo. Ad ogni modo Steven Pinker, studioso psicolinguista contemporaneo di Harvard, teorizza ciò che hai citato tu a proposito della ‘mitica lingua comune’ cioè una lingua universale usata da tutti gli esseri umani. Nel senso che il linguaggio è unico e a cambiare è ’solo’ la grammatica. Egli aggiunge, inoltre, che la capacità e la possibilità di apprendere, elaborare ed usare il linguaggio è caratteristica peculiare degli uomini per cui presente a livello cromosomico. Aggiungo che lo studio sulle origini del linguaggio sfociano in un’altra branca della linguistica: la semantica. Tale disciplina è forse quella che affascina di più la gente comune proprio per l’oggetto delle sue ricerche.
Volevo farti una domanda. Secondo te quali sono i tratti linguistici o fonetici che ti fanno definire “sguaiato” un dialetto ?. Pensa, ieri ne discutevo amici, i quali hanno usato il tuo stesso termine per definire il dialetto marcianisano parlato a Puzzaniello. In quali parole, in particolare, si nota la ’sguaiatezza’ ?. La domanda è ,ovviamente, scevra da fini polemici anzi per me è molto importante connotare e tracciare i limiti dialettali presenti in una microarea del nostro territorio. Ovviamente la domanda è posta a tutti i partecipanti e lettori del forum.
Luigi scrive:
– Secondo te quali sono i tratti linguistici o fonetici che ti fanno definire “sguaiato” un dialetto ?. Pensa, ieri ne discutevo amici, i quali hanno usato il tuo stesso termine per definire il dialetto marcianisano parlato a Puzzaniello. In quali parole, in particolare, si nota la ’sguaiatezza’ ? –
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Più che di parole in particolare, per “sguaiatezza” io penso ci si riferisca ad una pronuncia molto più marcata.
Un esempio: la parola tabacco. Generalmente la si pronuncia ‘o ttabbàcc. A Puzzaniello (ma anche la zona macello) la pronunciano ‘o ttabbǽcc, dove la lettera a si trasforma in una e muta.
Ricordo un mio carissimo amico puzzanellano che mi raccontava di alcune parole ormai obsolete che suscitavano la mia ilarità per il loro senso quasi onomatopeico o di valore descrittivo.
Ve ne elenco alcune:
‘o spartugliavoce= il microfono, l’altoparlante;
‘o sbiacrestiǽn= la corriera;
‘o spiccicatur= il pettine;
‘o talequǽl= lo specchio.
‘o pplàglio= il tappo (perché serve per “appilare”, tappare)
Lungi da me il voler offendere qualcuno, ovviamente.
Sguaiata è un’inflessione fastidiosa, cacofonica, con vocali eccessivamente aperte o prolungate che rendono l’espressione sgradita all’ascoltatore.
Inutile dirti che non parlo certamente da specialista della materia; sarà tuttavia noto anche a te, comunque, che noi marcianisani siamo un pò presi in giro nel circondario per la nostra inflessione non precisamente elegante (ah sei di Marcianaise? ad es. è un classico).
Marza
Marzabuccolo scrisse:
“Inutile dirti che non parlo certamente da specialista della materia; sarà tuttavia noto anche a te, comunque, che noi marcianisani siamo un pò presi in giro nel circondario per la nostra inflessione non precisamente elegante (ah sei di Marcianaise? ad es. è un classico).”
Pensa che anni fa andai in stazione a Parma e alla biglietteria chiesi il biglietto per Marcianise via Aversa…l’impiegato quando sentì la destinazione mi disse proprio questo: “Ah vai a Marcianaise!”
Quando parlavo di pronuncia più marcata mi riferivo proprio a questo. In certi rioni (come Puzzaniello o alla zona Macello) questa è ancor più marcata.
E’ vero ciò che dice Marza ma sopratutto Tatunnone,è vero basta dire “Sono di Marcianise” è giuù coi sfottò su Marcianiase……oppure mi sorprendo quando parlo con persone nn di Marcianise e mi dicono “Ah 6 di Marcianise,non sembrerebbe xchè non si sente la cadenza”…..Credetemi io personalmente non ci credo quando me lo dicono perchè come dire ogni tanto a zeppulella a ognuno di noi,ecco noi pensiamo italiano e parliamo il marcianisano,e come stare all’estero e pensare in marcianisano e parlare inglese…….ahuauhahuauhauhauh
Mi ha sempre colpito, nel nostro diletto, la mancanza totale di corrispondenza tra l’oggetto e la parola che lo designa.
Ad es. quando in italiano si dice tripode o treppiede, si comprende che l’oggetto in questione è sostenuto da tre appoggi. Ma se si dice trebbete non si capisce più nulla.Idem per la camera d’aria che diventa una incomprensibile cammeretaria; o la chiave d’arresto che diventa una chiave…terrestre!
Altra differenza con il napoletano puro è il raddoppio di alcune consonanti; ad es. il verbo susersi (alzarsi) diventa sussersi(quante volte le nostre mamme ci hanno intimato:sussete!).
Marza